
Ringraziamo il Dott. Gian Carlo Caselli (procuratore Capo della Repubblica di Torino) per averci inviato a mezzo e-mail il suo pensiero che pubblichiamo di seguito:
Lungo, purtroppo, è l’elenco dei giornalisti impegnati in inchieste sul crimine organizzato uccisi dalla mafia o in circostanze che alla mafia conducono. Ricordo: Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe (Pippo) Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano. Tutti morti per causa di una spietata violenza mafiosa, certamente. Ma anche perchè lo Stato, perché noi, non abbiamo saputo essere fino in fondo quel che avremmo dovuto essere. Se sono morti è anche perché noi tutti non siamo stati “vivi”. Non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia. Non lo abbiamo fatto o non lo abbiamo fatto abbastanza: nella vita civile, politica o religiosa e nella professione. I giornalisti uccisi dalla mafia ( la loro storia ne è precisa testimonianza) hanno visto la sopraffazione, la ricchezza facile e ingiusta, l’illegalità, la compravendita della democrazia, lo scialo di violenza, il mercato delle istituzioni, la negazione di diritti fondamentali pagata dai cittadini per garantire ai mafiosi e ai loro complici i privilegi di sempre…..Questo hanno visto i giornalisti che sono morti. E non si sono voltati da un’altra parte. Per questo sono morti. E noi invece, quante volte – anzichè vedere quel che loro vedevano – ci siamo accontentati di una sorta di ipocrisia civile? Quante volte abbiamo subito e praticato – invece di provare a spezzarlo – il gioco delle mediazioni e degli accomodamenti? Quante volte, così facendo, abbiamo relegato quei coraggiosi giornalisti in posizioni di “minoranza”, così costringendoli a sovraesporsi, di fatto lasciandoli senza difesa a fronte del pericolo di rappresaglie mafiose?
Ma l’isolamento della “minoranza” di coloro che, operando nel campo dell’informazione, non accettano di convivere con la mafia non è soltanto esperienza del passato. Situazioni analoghe si registrano ancora oggi, per fortuna senza più omicidi: per lo meno finchè la mafia continuerà ad attuare la «strategia della tregua» adottata dopo la forte reazione dello Stato alle stragi del 1992, finalizzata a far dimenticare la sua tremenda pericolosità con il calo «statistico» dei fatti di sangue conosciuti (ma senza rinunziare ad intimidazioni e violenze). Una strategia di “inabissamento”, meno sanguinaria ma più insidiosa, perché favorisce l’affievolirsi dell’attenzione. Affievolimento non sgradito a molti giornalisti, mentre quelli che si ostinano a fare il loro mestiere con rigore e coerenza rischiano di ridursi ad un isolato gruppo di “alieni”, spesso additati (anche da certi colleghi) come “marziani”. Soprattutto quando osano l’inosabile: cioè esplorare il lato più nascosto del potere mafioso, quello che si vorrebbe tenere fuori da ogni scena pubblica, quello dei rapporti torbidi con pezzi della politica, della economia, delle istituzioni.
Allora, ricordare i giornalisti uccisi significa anche denunziare che oggi sono in crescita i cronisti minacciati o addirittura aggrediti solo perché cercano di mantenere accesa qualche luce su affari illegali e sulle complicità, spesso politiche, amministrative e imprenditoriali, del sistema criminale. In Italia per il potere politico il vero peccato non è il male, ma raccontare il male . E tuttavia ci sono giornalisti che – anche nel ricordo dei colleghi uccisi - continuano a fare bene il loro mestiere e cercano di resistere ai tentativi di uccidere il lavoro e la personalità dei cronisti. Sullo sfondo però ci sono Tv locali perfettamente allineate ai poteri dominanti, nessun editore puro in campo ma “padri-padroni” con robusti interessi da tutelare anche occultando le anomalie e le irregolarità, se non le illegalità, del sistema che tali interessi favorisce. E con problemi gravi anche per quanto concerne il servizio pubblico, che alle analisi approfondite preferisce il “colore”, con la conseguente scomparsa dell’inchiesta, della denunzia preventiva, dell’analisi e dell’approfondimento del contesto economico e sociale. Ecco perché vari professionisti, che pure vorrebbero impegnarsi diversamente, alla fine devono invece accontentarsi di tirare a campare o addirittura rinunziano a parlare. Anche di questo si deve discutere quando si ricordano il coraggio ed il sacrificio dei giornalisti uccisi dalla mafia.
Gian Carlo Caselli
